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Due settimane fa My Voice My Choice ha ottenuto una risposta storica dalla Commissione europea. No, non è il fondo europeo dedicato che la campagna chiedeva — almeno non ancora. Ma la Commissione ha messo nero su bianco un punto che fino a ieri era impensabile: i fondi dell'Unione europea, in particolare quelli del Fondo Sociale Europeo Plus, possono essere usati dagli Stati membri per sostenere l'accesso all'aborto sicuro.

Fermiamoci un secondo su cosa significa. Per la prima volta la Commissione riconosce esplicitamente che risorse europee possono contribuire a garantire interruzioni volontarie di gravidanza a chi, nel proprio Paese, non riesce ad accedervi — perché vietate, perché troppo costose, o perché di fatto rese inaccessibili. My Voice My Choice ha aperto una porta che prima era chiusa.

È un risultato politico enorme, ottenuto da un movimento partito dal basso che ha raccolto oltre 1,1 milioni di firme in tutti e 27 i Paesi dell'Unione.

Ora, so cosa state pensando: "Ok, bello, ma questa è una newsletter sul fundraising. Che c'entra?"

C'entra tutto. Perché una raccolta firme che funziona ha dentro di sé tutta la logica del fundraising. E il fundraising migliore ha dentro di sé la stessa energia di una raccolta firme.

Il mito della raccolta firme "che basta da sola"

C'è un'idea molto diffusa secondo cui le raccolte firme sono un atto di pura militanza. Ti metti al banchetto, fermi i passanti, raccogli le firme, le consegni. Fine. Il gesto civico si esaurisce lì.

È un'idea che tiene poco alla prova dei fatti.

My Voice My Choice ha raccolto 1.124.513 firme certificate in dodici mesi. Dietro quel numero c'è una macchina organizzativa transnazionale che ha coinvolto oltre 300 organizzazioni, tradotto materiali in decine di lingue, prodotto video, formato volontari, gestito la logistica in 27 Paesi.

Tutto questo costa. I materiali stampati costano. I siti web costano. Le campagne social costano. Gli spostamenti delle organizzatrici costano. E soprattutto costa il tempo delle persone — che è la risorsa più preziosa e meno riconosciuta di qualsiasi campagna civica.

La coordinatrice Nika Kovač lo ha detto chiaramente: hanno cercato finanziamenti da fondazioni, da grandi donatori. Hanno chiesto donazioni per merchandise, e hanno chiesto donazioni individuali. Donazioni piccole per poter alimentare la raccolta fondi anche dagli individui.

Una firma è una donazione

Pensateci un momento.

Cosa hanno in comune una firma, una donazione e un voto?

Sono tutti gesti che richiedono fiducia. Richiedono che una persona si esponga — con il proprio nome, il proprio documento, il proprio denaro, la propria scelta — a favore di qualcosa. E soprattutto, sono tutti gesti che funzionano solo dentro una relazione.

La firma, la donazione e il voto appartengono alla stessa famiglia di gesti civici: quelli che presuppongono un legame tra chi chiede e chi risponde. Eppure, nel mondo dell'attivismo italiano, trattiamo queste cose come se vivessero in stanze separate.

E qui My Voice My Choice ci offre una lezione doppia: cosa hanno fatto bene e dove avrebbero potuto fare meglio.

Partiamo da un problema strutturale che non dipende da loro. La piattaforma ufficiale di raccolta firme delle Iniziative dei Cittadini Europei non fornisce i dati dei firmatari alle organizzazioni promotrici. Questo significa che puoi raccogliere 1,1 milioni di firme e non avere modo di ricontattare nessuna di quelle persone. Un problema enorme.

Ma c'è anche un secondo aspetto, e questo riguarda le scelte della campagna. My Voice My Choice è stata una macchina impressionante sui social media e ha fatto un lavoro eccellente nel raccogliere fondi da fondazioni, aziende e grandi donatori. Dove invece hanno lasciato spazio per migliorare è sulla relazione uno a uno con i donatori individuali.

Nel fundraising, quel percorso si chiama "donor journey" — il viaggio che porta una persona dal primo contatto con la tua causa fino alla relazione stabile. My Voice My Choice ha costruito pezzi importanti di questo viaggio, ma il tratto più delicato — quello che va dalla prima donazione individuale alla seconda — è rimasto spesso incompiuto.

Il fundraising come infrastruttura democratica

Le Iniziative dei Cittadini Europei sono uno strumento straordinario. Sono l'unico strumento di democrazia partecipativa transnazionale che esista al mondo. Dal Trattato di Lisbona ad oggi, ne sono state registrate 127, ma solo quattordici hanno superato la soglia del milione di firme.

Perché così poche? Perché raccogliere un milione di firme in sette Paesi diversi richiede risorse che la maggior parte delle organizzazioni civiche europee semplicemente non ha.

Ed è qui che il fundraising diventa un tema squisitamente politico.

Chi ha i soldi per finanziare una campagna da un milione di firme in 27 Paesi? Le grandi ONG internazionali, qualche fondazione illuminata, e poco altro. Lo strumento pensato per dare voce ai cittadini europei finisce per dipendere da chi ha già le risorse per farsi sentire.

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L'Europa esiste, e i cittadini la stanno costruendo così

Viviamo in un'epoca in cui "l'Europa" viene evocata quasi sempre come un problema — troppo lontana, troppo burocratica, troppo debole. E poi arriva un'iniziativa come My Voice My Choice e succede qualcosa di notevole: 1,2 milioni di persone, in 27 Paesi diversi, con lingue e tradizioni politiche diversissime, decidono di firmare insieme la stessa cosa.

Questo è il dato politico più importante dell'intera vicenda. L'Iniziativa dei Cittadini Europei è l'unico strumento di democrazia partecipativa transnazionale al mondo. Quando funziona — e My Voice My Choice ha funzionato — ci mostra che l'Europa dei cittadini esiste già.

Non è l'Europa dei trattati. È l'Europa che si costruisce dal basso, un gesto alla volta.

Cosa possono imparare le organizzazioni italiane

In Italia abbiamo una lunga tradizione di raccolte firme. I referendum, le leggi di iniziativa popolare, le petizioni comunali. Abbiamo il tessuto civico per farlo. Quello che ci manca, sistematicamente, è la capacità di trasformare la mobilitazione in sostenibilità economica.

Ecco tre lezioni concrete che possiamo prendere da My Voice My Choice:

  1. Prima lezione: la firma apre un canale. Ogni firma dovrebbe essere l'inizio di una relazione. Un'email di benvenuto, un aggiornamento periodico, una richiesta di donazione calibrata. Se raccogli 50.000 firme e non hai l'email di nessuno, hai sprecato un patrimonio di fiducia già conquistata.
  2. Seconda lezione: rendi tangibile il contributo. "Con 10 euro stampiamo i volantini per il banchetto di Lubiana" funziona molto meglio di un generico "sostieni la causa". La gente dona più volentieri quando sa esattamente dove vanno i soldi.
  3. Terza lezione: a volte il merchandise fa più di quanto pensi. Vendere magliette e tazze con lo slogan della campagna ha raccolto fondi e creato comunità allo stesso tempo. Quel pezzo di tessuto era un segnale di appartenenza — e un piccolo atto di fundraising ambulante.

Chi paga la democrazia partecipativa?

La risposta, oggi, è scomoda: la paga chi ha già le risorse per farlo. Le grandi ONG, le fondazioni, i movimenti con una rete consolidata. Gli altri restano al banchetto, con le firme raccolte e nessun modo per trasformarle in qualcosa di duraturo.

My Voice My Choice non ha ribaltato questo schema — ne ha fatto parte. La campagna ha funzionato anche grazie a finanziamenti significativi da fondazioni e grandi donatori privati. Le microdonazioni e il merchandise erano un pezzo del modello, non il modello.

Il problema rimane aperto. Ma almeno ora sappiamo due cose: che lo strumento funziona quando è finanziato, e che costruire una base di donatori individuali capace di sostenere una campagna transnazionale è una strada ancora aperta.

Qualcuno dovrà pur cominciare a costruirla sul serio.

Ad maiora.

Un P.S. importante

Un'ultima cosa, e la scrivo volentieri. L'Italia è stata il terzo Paese in Europa per numero di firme raccolte: 166.841, tra raccolta digitale e cartacea. Un risultato costruito grazie al lavoro di coordinamento dell'Associazione Luca Coscioni — promotrice della campagna in Italia — e in particolare di Alice Spaccini, Federica Vinci e Matteo Cadeddu, che hanno tenuto insieme i fili della campagna sul territorio. Con loro, oltre 40 organizzazioni e centinaia di volontarie e volontari che hanno organizzato più di 80 eventi di raccolta firme in sole due settimane. A tutte e tutti loro: complimenti. Avete dimostrato che il tessuto civico di questo Paese, per quanto maltrattato, è ancora capace di cose notevoli.

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Michelangelo Gigli

Consulente fundraising. Mi occupo di diritti civili, campagne politiche e mobilitazioni. Aiuto chi ha una causa giusta a trovare le risorse per portarla avanti.

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